La Calabria strappata – L’emigrazione transoceanica dal sogno americano all’incubo di Monongah.
Quando si scrive di un fenomeno complesso come quello dell’emigrazione non ci si può soffermare solo all’arco temporale d’interesse in questo caso dal 1880 al 1919 ma si devono analizzare le cause che hanno portato ad un esodo che dalle regioni meridionali si è riversato, in particolare, nelle Americhe. Massi enormi di persone fluttuarono da un capo all’altro dell’ Atlantico portando uno sconvolgimento sia nei luoghi di approdo che in quelli di partenza. Il libro inizia con la nascita di un comune calabrese arroccato su una montagna della Sila Grande, San Giovanni in Fiore, con i suoi usi e costumi e con tutte le problematiche che ben rispecchiano le sofferenze del Sud Italia. Per questo motivo esso può assurgere a simbolo delle contraddizioni interne dell’Italia e della conseguente emigrazione. Prima dell’Unità d’Italia il Meridione è stato terra di passaggio e terreno di scontri tra Paesi stranieri che, pur combattendo nel Sud, si contendevano altre regioni più ricche e floride. All’abbandono secolare e all’arretratezza facevano da contrappeso l’agio di una ristretta classe egemone che condizionava ai suoi voleri un intero popolo, mantenendolo in un sistema tipicamente feudale, con una condizione scolastica disastrosa poiché un popolo ignorante si gestisce facilmente, un sistema creditizio assente e un’ usura dilagante, un tessuto economico e imprenditoriale inesistente e di conseguenza la mancanza di lavoro giustamente remunerato che sfociava in miseria, bisogno e disperazione. Tutto ruotava intorno al latifondo basato sul pascolo, la cearicoltura e un agricoltura scarna e povera la quale ai braccianti assicurava a malapena la sopravvivenza. Con l’Unità d’Italia ci fu un riproporsi dei privilegi dei possidenti ai quali si aggiunsero gli interessi del Nord Italia che vedevano il meridione non come parte integrante di una nazione ma come una colonia interna da sfruttare. A poco valsero le rimostranze dei grandi meridionalisti che chiedevano un sistema federale per tutelare le poche attività imprenditoriali esistenti. Al contrario, le barriere doganali interne furono abbattute e s’introdusse la “Tariffa Sarda”, ossia il libero scambio. Infatti, le poche realtà economiche virtuose presenti nel Mezzogiorno non potevano assolutamente competere con le industrie del Nord d’Italia e dei Paesi esteri. In più si aggiunsero una serie di provvedimenti iniqui, tra cui la tassa sul macinato e la leva obbligatoria. Questo stato di cose portò in un primo momento a delle sollevazioni popolari sfociate successivamente nel brigantaggio al quale si rispose con un’occupazione militare seguita dallo stato d’assedio con la legge Pica (furono impiegati circa 140.000 bersaglieri).
Quindi fame, oppressione, arretratezza e umiliazioni d’ogni genere portarono la gente del Sud a lasciare il suolo patrio per cercare riscatto sociale e dignità in altre nazioni. Dignità trovata ad un prezzo carissimo, in molti casi pagata non soltanto con il duro e disumano lavoro. Molte volte, infatti, gli emigranti erano immolati al capitalismo: ad esso non bastava il sudore, chiedeva come sacrificio il sangue e la vita.
Gli uomini del Sud d’Italia usciranno dallo stato di soggezione in cui si trovano quando avranno la possibilità di dimostrare sul suolo natio quelle stesse capacità e professionalità già dimostrate, in diversi campi, fuori dai confini regionali, così da rendere la loro terra fertile di grandi potenzialità. Quando si farà una politica di valorizzazione del territorio nel rispetto delle proprie peculiarità, come giustamente si è fatta al Nord, allora avremmo fatto un gran passo avanti. Dei piccoli esempi possono aiutare a capire com’è l’andamento generale. Il parmigiano si può produrre solo nella valle padana, mentre il caciocavallo silano dappertutto. Per tutelare, com’è giusto che sia, i produttori di latte sono state inserite le quote latte, mentre per i produttori agricoli d’arance questa politica non vale, dal momento che si può fare l’aranciata senza arance.
Oggi nel 2010 quella triste storia è stata dimenticata da chi non versa più in quelle condizioni ma l’abbandono dalle proprie case si ripete con attori diversi e in condizioni simili. Non affondano più i bastimenti nell’oceano, ma i gommoni e le carrette del mare nel Mediterraneo; lo sfruttamento delle donne come schiave del sesso è analogo; gli atti delinquenziali di pochi, ingiustamente e superficialmente, erano e sono appiccicati come caratteristica tipica d’interi popoli di gente per bene che cerca una vita degna di essere vissuta in modo decoroso.
Osservando il passato ci si rende conto, che le contaminazioni non sono un impoverimento, ma al contrario un arricchimento (vedi Americhe e Mitteleuropa ). Chi cerca di contrastare questi andamenti può soltanto rallentarli ma non fermarli provocando solo odio e tensioni, facendo perdere utile e prezioso tempo nell’unica via percorribile nell’interesse di tutti: l’integrazione basata su regole di convivenza civile rispettate da tutti.
Vincenzo Gentile