La Calabria strappata-L’emigrazione transoceanica dal sogno americano all’incubo di Monongah-di Vincenzo Gentile

La Calabria strappata – L’emigrazione transoceanica dal sogno americano all’incubo di Monongah, scritto da Vincenzo Gentile, edito da Librare, tratta la prima grande emigrazione a cavallo tra il 1800 e il 1900 dalla Calabria verso l’America e i paesi europei. Il libro è suddiviso in 5 capitoli, cui segue l’appendice, per un totale di 340 pagine e 287 illustrazioni e 40 tavole. La presentazione è del Presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, con gli interventi del Presidente della Provincia di Cosenza, Gerardo Mario Oliverio, il Presidente della Comunità Montana Silana, Giuseppe Cipparrone, e il Sindaco di San Giovanni in Fiore, Antonio Nicoletti. Il primo capitolo, San Giovanni in Fiore fra ‘800 e ‘900, descrive la nascita di un comune simbolo dell’emigrazione in Calabria da Gioacchino da Fiore a quando divenne zona franca. In un percorso storico – economico, vengono descritte le usanze del luogo e i cambiamenti apportati dall’emigrazione a livello economico, religioso, politico e urbanistico. Vengono inoltre sfatati dei luoghi comuni con una ricerca scientifico – metodologica. Nel secondo capitolo, L’emigrazione della Calabria, si descrive l’emigrazione e si evince come nelle tre province di allora essa si sia sviluppata in modo diverso. Le precarie condizioni economiche calabresi andarno via via peggiorando in seguito all’Unità d’Italia e i grandi meridionalisti rivendicarono già all’epoca uno stato federale che però non venne concesso per far sì che venissero protetti i privilegi della classe egemone a discapito dei molti. L’emigrazione di San Giovanni in Fiore è il terzo capitolo del libro e denota come il centro silano abbia dato un grosso contributo all’emigrazione; ciò viene avvalorato dai dati dello stato civile, della leva militare e da altre fonti messe in correlazione con le notizie nazionali, regionali e provinciali. Il quarto capitolo, Storia individuale e storia collettiva, analizza con dovizia di particolari l’iter necessario alla partenza e la tragica fine di alcuni emigranti sangiovannesi sulle cosiddette navi fantasma. Tutto ciò è supportato da atti comunali relativi agli espatri.  Viene inoltre descritto l’arrivo nel Nuovo Mondo, le condizioni di lavoro poco soddisfacenti. È quindi approfondita la tragedia di Monongah con la più vasta documentazione fotografica oggi esistente e viene ricostruita la vita dei minatori sangiovannesi deceduti in questa disgrazia. Vi è dunque un’inedita commemorazione datata nel dicembre 1907 e scritta da Bernardo Barberio. Nel quinto capitolo, Speranza e isolamenti oltre oceano e nei luoghi di origine, sono  mostrati numerosi scatti degli emigrati in America inviati alle famiglie d’origine. Vengono dunque descritte le condizioni socio – economiche degli emigrati, gli stati d’animo, le difficoltà e le ingiustizie cui erano sottoposti gli stessi. Nell’appendice vengono riportati gli atti di nascita, di matrimonio e di morte dal 1880 al 1919 pervenuti dall’estero al comune di San Giovanni in Fiore. Per gli oltre 150 atti di morte si è cercato, ove ve ne era la possibilità, di costruirne la vita. Da ciò ne è scaturito che la stragrande maggioranza era deceduta sul lavoro.

Presentazione ed interventi

Se ne andarono a migliaia e i piroscafi per anni scaricarono sulle banchine dei porti del Nuovo Mondo un’umanità dolente. Se ne andarono a migliaia, spopolando i paesi di Calabria, svuotandoli di braccia, di sentimenti e anche di memoria. Tutta la mia infanzia a Santa Severina – lo ricordo spesso perché mi si è conficcata nel cervello – è segnata dall’immagine di una corriera scassata che sulla piazza del paese caricava capifamiglia con la valigia di cartone che partivano per trovare sopravvivenza altrove. Le mogli avvinghiate e i figli attaccati ai pantaloni, mentre l’autista del pullman, in quei momenti laceranti, suonava il clacson perché in ritardo. Era uno strazio vedere i paesi svuotarsi lentamente di vita. Molti emigranti sono partiti e non hanno fatto mai più ritorno. Lo scenario sociale di quel tempo, quello che lasciavano e a volte quello che trovavano, era veramente drammatico. Ma c’erano altre scelte possibili?                                                                                                                               

   Sui movimenti migratori di massa c’è stato un sostanziale disinteresse degli storici italiani per tutto il Novecento e solo studi recenti hanno affrontato a tutto campo tematiche sociali, economiche e politiche del nostro movimento migratorio, mostrando – come fa questo studio di Vincenzo Gentile sul “caso” San Giovanni in Fiore, il centro silano che a buona ragione può essere assunto a paradigma di una problematica sociale devastante che delinea la separatezza tra le società ricche e quelle povere – l’attenzione dovuta verso le origini e le cause oltre che sugli sviluppi delle correnti migratorie. La ricerca storica sull’emigrazione, insomma, da qualche anno a questa parte rivendica uno spazio autonomo, pur raccordando l’oggetto di studio alla storia generale del Paese, privilegiando gli studi sulle società di partenza. In tale filone ben si colloca la ricerca effettuata da Gentile che si preoccupa di sapere e di raccontare, grazie a una ricca documentazione (anche inconografica) di prima mano e ben valorizzata, cosa facessero nel paese d’origine, cosa pensassero nei momenti di smarrimento (ah, quelle lettere povere di grammatica e colme di emozioni!), e come si organizzassero nei «mondi d’abbondanza» quei poveri, altrimenti condannati alla miseria, che migrarono in massa sperando di mettere fine a una vita di stenti e privazioni.Il valore principale che io vedo in questo volume di Gentile è proprio questo. Il fenomeno migratorio esce dalle «nebbie» letterarie o dai racconti epici del giornalismo d’epoca, gli emigranti non sono più massa indistinta ma persone, con i loro problemi, le loro storie, il loro vissuto. Persone con tanto di nome e cognome, protagonisti e vittime di una storia che spesso li ha affrancati e, ancora più spesso, li ha schiacciati col suo peso. Come si può dimenticare, a tale proposito, l’estremo sacrificio di tanti sangiovannesi che, insieme a numerosi altri italiani, hanno perso la vita nelle grandi sciagure di Marcinelle, Mattmark, o Monongah che per noi calabresi evocano un passato drammatico, rappresentano i simboli di una tragedia figlia di un fenomeno, l’emigrazione, che nel corso di oltre un secolo ha segnato la vita di milioni di uomini e di famiglie? Come non ricordare quei tanti che partirono e neppure misero piede nella «terra promessa», per i quali l’oceano divenne tomba, per pestilenze scoppiate durante il viaggio e per le tante navi tragicamente naufragate nel corso della navigazione verso le Americhe? La Sirio, l’Andrea Doria, il Principessa Mafalda…, quante navi s’inabissarono lungo le rotte della speranza?                                                  

Storia di angosce, accanto a storia di successi. Storia vera di uomini e donne. Ben vengano studi come questo di Vincenzo Gentile che ricostruisce un fenomeno complesso della storia sociale di un paese e di una terra e lo fa con rigore scientifico e con passione umana. Il gene dell’emigrante, infatti, fa parte del nostro dna e costituisce un elemento forte della nostra identità che la ricerca documentalmente rimarca. E la Calabria ha bisogno della sua memoria perché è importante per l’identità di un popolo. Lo è di più per far continuare a vivere la storia di quesdta nostra regione segnata dall’emigrazione che oggi si ritrova a essere, in controtendenza culturale con gran parte del Paese, anche terra di immigrazione e di accoglienza.

Agazio Loiero

Presidente della Regione Calabria

 

La “Calabria strappata”, dal titolo fortemente  evocativo, è di sicuro un’opera importante.                                                                                                    

   Sin dalla prima lettura è dato coglierne l’agile uso di questo lavoro, quale strumento di indagine e di interpretazione del fenomeno migratorio. E’ una fonte di cognizione di  straordinario valore storico, culturale. La selezione  attenta, puntuale  di dati, di  documenti e  di fatti  dei nostri Emigranti, esalta la funzione  altamente pedagogica della raccolta. E’ possibile, attraverso  i racconti toccanti, prendere possesso delle nostre origini, di cogliere  la vita faticosa dei nostri Emigranti in un’epoca in cui le difficoltà erano tali che il bisogno di lavorare contava più dei diritti umani e sociali dei lavoratori stessi, di entrare nell’antica storia dell’Emigrazione. E la storia del nostro paese è legata alla vita dei  nostri cittadini,  alla loro progettualità,  al loro  coraggio, alla  forza   di  chi  cerca  il proprio corso di vita in un continente  diverso, in un luogo diverso, e che vive la  propria  “Calabresità”   posizionandola  nella  quotidianità, intrecciando da sempre passioni,  speranze ed orgoglio.        Il ricordo degli eventi di quel periodo storico diventa, dunque, il simbolo di una storia fatta di dignità e di civiltà.                                                  

 L’emigrazione, intesa come  un universo  che  tocca ognuno di Noi, passando attraverso  una maggiore consapevolezza del fenomeno migratorio, il  superamento del trauma  che  ha accompagnato la dolorosa separazione dal luogo di origine, impone di ristabilire un rapporto  tra la  terra d’origine ed i suoi  cittadini  residenti in tutto il Mondo, fondato sul riconoscimento dell’appartenersi oltre l’Oceano, oltre ogni  confine e serve a recuperare un aspetto significativo dell’identità sociale e storica della comunità di origine italiana residente in tutto il Mondo.                      

   A Vincenzo Gentile, dimostratosi sensibile  interprete della vita dei nostri Emigranti, esprimo un  sincero ringraziamento ed apprezzamento per avere saputo con rara e  grande abilità coglierne la loro  generosità che è garanzia  di umanità, che fa la qualità di una comunità. Basterebbe solo questo per rendere interessante la lettura. 

Il Presidente della Provincia  di Cosenza                                             Gerardo Mario Oliverio

 

L’opera di Vincenzo Gentile già nel titolo, oltre che nella profondità ed accuratezza del contenuto, determina l’insorgere di un profondo sentimento di solidarietà e rancore: solidarietà umana nei confronti delle vittime e dei familiari; rancore passionale contro un sistema produttivo che antepone il profitto al rispetto della dignità e della vita umana.           

    I 362 morti accertati (rispetto agli oltre cinquecento presunti perché i bambini non venivano censiti), di cui quasi duecento italiani (fra i quali gli oltre venti sangiovannesi) dimostrano in maniera inconfutabile ed eloquente che la tragedia delle morti sul lavoro, salvo trattarsi di grisou o altro, non conosce età né epoche o confini geografici.                      

Monongah, pertanto, deve costituire, e costituisce, un monito solenne per tutti gli essere umani, di qualunque credo politico, del valore assoluto e della primazia del lavoro inteso come condizione suprema ed ineludibile del divenire e della civiltà.                                                                                                

   La lotta infaticabile e perenne dell’uomo per la sopravvivenza non può essere contaminata dallo sfruttamento selvaggio delle sue energie e da una valutazione che considera la vita come un semplice elemento del sistema produttivo: la logica del profitto, la remunerazione spasmodica del capitale investito deve cedere il passo rispetto alla salvaguardia della dignità umana.                                                                                                                    

  Gli sguardi impauriti ed indifesi, quasi sperduti, dei bambini sfruttati e deceduti a Monongah (diventati adulti troppo presto), che campeggiano sulla foto all’epoca scattata ed immortalata nel poster che abbiamo voluto allocare nella nostra sala consiliare, impongono a tutti, specialmente a chi esercita funzioni pubbliche o di governo, di operarsi affinché incubi di tal genere non debbano più verificarsi. Nei vari angoli del pianeta, purtroppo, per come dimostrano  anche gli attuali migranti, odierni “minatori in cerca di fortuna”, ancora la vita umana vale meno di niente. E’ onere comune, imperativo categorico, quello di contribuire a creare le condizioni idonee per far sì che possa affermarsi per tutti la possibilità di vivere una vita degna di essere vissuta. Vincenzo Gentile ha posto una pietra su questo percorso. A ciascuno di noi, nessuno escluso, l’obbligo di continuare la strada.                                                                                                        

 Il Presidente della comunità Montana Sila                                        Giuseppe Ciparrone                                                                                                      

Quel che resta della lettura , fatta tutta d’un fiato, del meraviglioso libro di Vincenzo Gentile è la sua disarmante umanità . Della mia terra, del mio paese, della nostra Calabria viene scritto, nelle diverse sfumature, tutto il dramma di un popolo costretto ad emigrare, spinto dalla ricerca di riscatto in terra straniera.
Un lavoro, quello di Vincenzo, di minuziosa ricerca, che con un linguaggio semplice e diretto racconta di famiglie smembrate e di amara nostalgia,dello sconforto e dell’umiliazione del vivere una condizione di miseria, del sacrificio in cui dilaniante è lo strappo dei figli di Calabria dalle proprie radici,  ma anche della speranza riposta in un mondo nuovo, un mondo ricco, nel quale costruire una vita altra, che mantenga nel cuore la memoria.
La costrizione dell’abbandono è sempre esperienza drammatica che accomuna gli esuli di ieri ai profughi di oggi, fantasmi invisibili agli occhi della società.
Emerge chiara la fatica di un percorso di crescita, di presa di coscienza delle terre del Sud del mondo, oggi come ieri terre di passaggio.
“La Calabria Strappata” è un commovente e sincero gesto d’amore da parte dell’autore per il nostro paese. Perché ancora oggi partire significa abbandono, rimpianto, lacerazione. Ma può, in un futuro spero prossimo, non dover rappresentare necessariamente esperienza negativa: che non sia la rabbia, l’ingiustizia, la necessità ad indurre alla partenza senza un ritorno, ma una smisurata sete di conoscenza e di sapere, di scambio tra culture diverse, di integrazione e di comunanza.
Saverio Strati, insigne scrittore calabrese, lasciava parlare la saggezza autentica di un umile pastore calabrese: “Sono con due cuori. Uno mi dice:vai! L’altro mi dice: che vai a fare?”. È condizione comune a tanti calabresi. E’ bello pensare al momento in cui ognuno di noi, in qualsiasi posto del mondo si trovi, possa dire sono sono casa. 

Il Sindaco di San Giovanni in Fiore                                                                 Antonio Nicoletti                                          

Una risposta a questo post.

  1. Pubblicato da luigi in dicembre 11, 2009 alle 6:16 pm

    Salve. Ho appena iniziato la lettura di “la calabria strappata”. Devo fare i miei complimenti a Vincenzo Gentile. Ciò che impressiona è l’imponente mole di dati e notizie, trattati con precisione e, allo stesso tempo, con un linguaggio scorrevole e chiaro. Penso che d’ora innanzi chiunque si voglia accostare allo studio del fenomeno migratorio che ha caratterizzato la storia di San Giovanni in Fiore non possa non tenere sempre presente l’opera di Vincenzo Gentile. Ancora complimenti.
    In bocca al lupo e……viva il lupo.

    Replica

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